Occhio Secco: nuove cure.

La sindrome dell’occhio secco (Dry Eye Syndrome, DES) è una patologia molto comune che infastidisce o delle volte persino invalida una consistente parte della popolazione che interessa prevalentemente quella femminile e con età avanzata.

Le sue cause sono molteplici (infiammazioni palpebrali o congiuntivali, utilizzo eccessivo o errato di lenti a contatto, assunzione di determinati farmaci o determinati colliri, carenza di vitamina A, agenti esterni come il vento e aria condizionata negli ambienti chiusi) e possono sostanzialmente manifestarsi con una ridotta produzione del film lacrimale, e/o un’eccessiva evaporazione dello stesso.

Come si riconosce?

I pazienti con occhio secco riferiscono in maniera più o meno variabile una sensazione di corpo estraneo tipo “sabbiolina”, bruciore oculare, ipersensibilità alla luce e, curiosamente, un’eccessiva lacrimazione. Quest’ultima non è altro che una lacrimazione riflessa nella quale il film lacrimale prodotto risulta composto dalla sola componente acquosa. Un film lacrimale normale è costituito, invece, anche da una componente lipidica ed una mucinica che lo aiutano rispettivamente a ritardarne l’evaporazione e a rimanere ben adeso alla superficie oculare.

Per un’obiettiva diagnosi della patologia, il medico ha a disposizione diverse tecniche che si basano sulla valutazione qualitativa e quantitativa del film lacrimale.

Prima tra queste è il test di Schirmer, che misura il livello del film lacrimale tramite l’apposizione di due fascette di carta bibula appena internamente alla palpebra inferiore degli occhi. Queste vengono tenute per 5 minuti al termine dei quali si controlla quanto siano state imbibite dalle lacrime in ciascun occhio. Una fascetta bagnata per un valore uguale o inferiore a 5 millimetri indica una ipoproduzione di film lacrimale e quindi un occhio secco.

C’è poi il test del rosa bengala, colorante che, legandosi alle cellule epiteliali morte o degenerate della cornea, evidenzia abrasioni o desquamazioni della superficie oculare.

Simile a questo è il break up time (BUT), in cui l’operatore colora la superficie oculare con della fluoresceina e attende, guardandola alla lampada a fessura, che si creino delle discontinuità del colorante. Se il tempo intercorso è minore di 10 secondi, si è davanti ad un’anomalia del film lacrimale.

Tra i metodi più utilizzati, oltre a quelli precedentemente descritti, vi è oggi il test dell’osmolarità del film lacrimale (dato strettamente legato al grado di secchezza oculare), molto affidabile e realizzabile con un dispositivo chiamato Osmolarity TearLab.

Vi sono poi strumenti molto sofisticati e ad alta tecnologia come la Pentacam AXL che effettuando, tra le varie funzioni, l’esame della topografia corneale, riesce ad identificare le eventuali disomogeneità ed alterazioni della superficie oculare.

Come si cura?

Per improntare una terapia, il medico può adottare differenti strategie a seconda dell’alterazione presente e della componente del film lacrimale deficitaria, nonché della causa che ha determinato la secchezza oculare.

L’istillazione di lacrime artificiali continua ad essere il metodo più utilizzato: queste sono presenti in varie tipologie e con differenti caratteristiche tali da poter essere adattate alle diverse esigenze cliniche. Esse, infatti, possono avere sul film lacrimale un effetto ad esempio diluente, stabilizzante, volumizzante e sugli occhi stessi un effetto nutriente o antinfiammatorio. Le lacrime artificiali, presenti anche come creme o gel, ristabiliscono il più delle volte il comfort oculare desiderato e poiché il loro effetto risulta più o meno transitorio, possono essere istillate fino ad una goccia ogni ora.

Se tuttavia il medico rileva un’alterazione del film lacrimale di tipo quantitativo, il trattamento più semplice ed efficace che adotta è la chiusura dei puntini lacrimali inferiori e/o superiori attraverso l’utilizzo di piccolissimi tappi in collagene o silicone che bloccano il deflusso delle lacrime in maniera più o meno transitoria. In rari casi si può procedere con la chiusura definitiva dei puntini lacrimali attraverso un intervento chirurgico.

In altri casi, molto più estremi, si ricorre all’utilizzo di lenti a contatto terapeutiche che vengono applicate dai 2 ai 12 mesi con una funzione di mantenimento dell’idratazione della superficie oculare.

Il nuovo ruolo della neurostimolazione nelle patologie oculari.

Insieme alle cause inizialmente descritte, si è visto recentemente come anche le anomalie di tipo neurosensoriale giochino un ruolo eziologico nella patologia dell’occhio secco. Ecco perché oltre ai metodi terapeutici sopra detti, ancora oggi assolutamente efficaci e comunemente utilizzati in ambito clinico, cominciano a farsi strada nuove tecniche, tra cui quelle basate sulla neurostimolazione. Questa ha avuto, dagli anni ’50 ad oggi, applicazioni che hanno rivoluzionato la pratica clinica in diversi ambiti della medicina (si pensi al primo pacemaker impiantato nel 1958).

Ciò che è stato evidenziato di recente, è che il trigemino, V nervo cranico formato da tre branche tra cui quella oftalmica, può diventare un target ideale per migliorare le condizioni dei pazienti con patologie oculari, data la sua posizione e il suo stretto rapporto con la superficie anteriore dell’occhio.

Come funziona?

La neurostimolazione crea dei segnali afferenti dalla branca oftalmica del nervo trigemino e attiva un percorso che termina nel suo nucleo, all’interno del tronco cerebrale, e in alcuni nuclei adiacenti. Ciò crea dunque dei riflessi efferenti che ritornano indietro, verso l’occhio.

Sarebbe quindi possibile eccitare, attraverso la neurostimolazione, la branca oftalmica del trigemino creando le normali risposte nevralgiche che entrano nel nucleo del nervo. Il segnale efferente emulerà invece la normale stimolazione dell’unità funzionale lacrimale (LFU), gruppo di nervi rappresentante la componente-chiave della superficie oculare.

L’unità funzionale lacrimale, in particolare, innerva il meccanismo che produce la componente acquosa, le ghiandole di Meibomio che producono quella lipidica e le cellule caliciformi che secernono la componente mucinica. Quando questo intero percorso viene attivato dalla neurostimolazione, quindi, viene creato del film lacrimale composto nella sua interezza.

L’impianto di neurostimolazione recentemente creato è un dispositivo che il paziente stesso può controllare tenendolo in una sola mano e premendo un tasto che regola fino a 5 voltaggi differenti. E’ ideale per coloro che già assumono numerosi colliri per altre ragioni cliniche, ed ha la capacità di rappresentare una terapia che non sia né sistemica né topica.

E’ tuttavia indispensabile chiarire che questa rappresenterebbe una terapia adiuvante, ossia da intendersi complementare a quelle tradizionali sopra dette.

Per concludere, è importante che si capisca quanto importante sia curare la patologia dell’occhio secco, spesso sottovalutata o trascurata, perché oltre che dare un vantaggio tangibile soggettivamente, aumenterebbe l’idoneità del paziente ad eventuali interventi di chirurgia oculare, qualora egli dovesse averne bisogno nell’arco della sua vita.

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